Lo anticipo subito: quello che sto per scrivere probabilmente non farà piacere a molte Colleghe e a molti Colleghi, non perché contenga chissà quale “verità scomoda”, ma perché mette in discussione una narrazione comoda e rassicurante: basta usare l’AI per essere automaticamente più moderni, efficienti, competenti.
Eppure, proprio per rispetto della professione, credo sia necessario dirlo con chiarezza: tra usare l’AI e subirla c’è una differenza enorme; la differenza non la fanno i tool, né i prompt preconfezionati, né l’ennesimo corso di due ore, ma il metodo, lo studio, la conoscenza, la consapevolezza, la competenza, l’etica e la responsabilità!
Queste righe non nascono per cercare consensi (non li ho mai cercati e ne avrò pochissimi, ne sono consapevole), né per compiacere qualcuno, ma solo per esprimere il mio pensiero, come faccio da tempo, ben prima che l’AI diventasse moda, e che continuo a esprimere per coerenza con le mie convinzioni; non per insegnare, ma per mettere sul tavolo una domanda che, secondo me, è diventata inevitabile: quanti di noi stanno davvero governando l’AI… e quanti, invece, la stanno subendo?
Mai pensare che il problema sia l’AI. Il problema è l’uso inconsapevole dell’AI: quando mancano coscienza, etica, conoscenza, competenza, formazione.
Molti, troppi, professionisti usano strumenti informatici senza conoscerli davvero: smanettano, si improvvisano esperti, ignorano regole tecniche e deontologiche, convinti di sapere già tutto e di non avere nulla da imparare.
Ho iniziato a parlare di queste tematiche, in webinar e convegni, già nel 2022; oggi, invece, assisto a un fiorire quotidiano di sedicenti esperti che promettono formazione in poche ore, magari ridotta alla lettura di un prontuario o di qualche prompt preconfezionato.
Ma l’AI non è una scorciatoia: è uno strumento potente che amplifica ciò che siamo, amplifica e aumenta competenze e metodo, se ci sono, amplifica superficialità e rischio, se mancano; proprio per questo, prima di usarla dobbiamo studiarla, conoscerla e continuare a studiarla, perché si evolve con una rapidità quasi quotidiana: se non la seguiamo giorno dopo giorno, non riusciremo a capire cosa è cambiato, cosa possiamo fare davvero in modo affidabile e cosa invece è diventato più insidioso, restando indietro rispetto alle sue evoluzioni.
Per noi professionisti il punto non è se usare l’AI, ma usarla bene, con consapevolezza del suo funzionamento e dei limiti, con attenzione a riservatezza quanto ai dati personali e al segreto professionale, con responsabilità su ciò che firmiamo e depositiamo, con un metodo verificabile, tracciabile e, soprattutto, difendibile.
La vera domanda, allora, non è se l’AI sostituirà il professionista, ma se il professionista saprà governare l’AI, invece di farsi governare.
Perché la differenza, oggi, non la fa chi ha provato o usa ChatGPT, Claude, Gemini, Perplexity ecc., la fa solo chi studia, sperimenta con rigore, si forma seriamente e mantiene saldi i principi di competenza, etica, responsabilità, esattamente gli stessi principi che, da sempre, devono o dovrebbero essere alla base e quali presupposti di qualsivoglia attività professionale, a prescindere da AI, informatica giuridica, processi telematici ecc.
La differenza, in conclusione, la fanno, e continueranno sempre a farla, conoscenze, competenze ed etica: basi che nessuna AI potrà mai regalare a chi non abbia studiato e non continui a studiare, a formarsi, a stare al passo con i tempi.
L’AI può accelerare, suggerire, supportare ma non può e mai potrà sostituire competenze, giudizio, responsabilità e metodo di chi la usa; senza queste basi ogni risultato diventa fragile: magari brillante in apparenza, persino convincente nella forma, ma inaffidabile nei fatti, perché manca ciò che conta davvero: la capacità di verificare, contestualizzare e rispondere delle proprie scelte.
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